Banti: "Nella regione emiliano-lunense tradizione identitaria molto forte"


Deputato dal 2001 al 2006, senatore fino al 2008, esponente di lungo corso della Dc prima, e dei Popolari e della Margherita fino al Pd successivamente, con diversi incarichi regionali e comunali a Genova e La Spezia prima di approdare in Parlamento, Egidio Banti è attualmente sindaco di Maissana, poco meno di mille anime nella provincia spezzina. Un territorio da sempre parte integrante e fondamentale per l'area vasta padano-lunense.

La sua è una zona della Liguria che si può definire di periferia rispetto al contesto regionale? Crede che possa essere un esempio di come ci sia necessità di rivedere la cartina geografica e la nascita di nuove istituzioni intermedie tra Stato e Comuni?

Il Levante ligure è una realtà molto articolata, perché gli attuali confini amministrativi (che prima dell'Unità d'Italia erano addirittura confini di Stato) non corrispondono -se non in parte modesta- alla sensibilità delle popolazioni. Io, per storia personale e per convinzione profonda, mi considero abitante della Lunigiana. E la Lunigiana, purtroppo, non ha mai avuto un riconoscimento politico-territoriale unitario. Solo la Chiesa cattolica, nella sua saggezza, lo aveva fatto con l'antica Diocesi di Luni, e poi di Luni-Sarzana. Che, non per caso, non fu mai suffraganea né di Genova né di Pisa, bensì immediatamente soggetta alla Santa Sede. Poi però la real politik degli stati di un tempo riuscì persino a smembrare quell'unica realtà unitaria.

Quali ritiene possano essere i vantaggi concreti per La Spezia e la Lunigiana (che da sempre hanno avuto relazioni culturali, di mobilità studentesca o lavarativa, solo per fare alcuni esempi, con il Parmense), con la nascita ufficialmente riconosciuta della Lunezia?

Quei vantaggi furono già illustrati alla Costituente, quasi settant'anni fa, negli interventi dell'on. Giuseppe Micheli, che propugnava la costituzione di una Regione Emiliano-Lunense. Erano e sarebbero ancora oggi vantaggi economici e sociali, legati a una tradizione identitaria molto forte, che spazia dalla cultura (Luni) ai trasporti (la via Francigena, la Pontremolese), dalla portualità alla gastronomica (la "spongata", per esempio). Ma Micheli fu sconfitto alla Costituente su questo punto, dopo un dibattito molto acceso. La riforma delle autonomie, imposta dal passare del tempo, dalla crisi in atto e dalla riduzione della spesa pubblica, può oggi riproporre, in forme diverse, quelle proposte, peraltro mai del tutto scomparse in settant'anni di vita italiana. Lei ha avuto diversi ruoli in parlamento: si è mai parlato seriamente del progetto Lunezia? Crede che oggi il discorso legato al riordino del territorio sia affrontato nella maniera giusta? E quale forza politica può davvero incarnare l'idea che gli sostenitori di Lunezia portano avanti da tempo?

Non credo che questo sia un tema tipico di una particolare forza politica anziché delle altre. E' un tema trasversale e solo in questo modo, del resto, potrebbe essere realizzato concretamente. La spinta però deve venire dal basso e non certo dal Parlamento. Il progetto di accorpamento delle Regioni (la Liguria con il Piemonte e la Val d'Aosta, disegno di cui si parla da tempo) potrebbe rappresentare l'occasione di una svolta. Come si pone nel dibattito Ti.Bre?

Il corridoio Tirreno-Brennero è proprio uno di quei temi identitari che legano insieme il collegamento delle popolazioni con le prospettive di uno sviluppo economico che io spero non sia tutto spostato sull'asse adriatico. L'autostrada della Cisa (che nacque non a caso come "autocamionale") fu sostenuta con unità d'intenti da uomini politici e imprenditori di Spezia come di Parma. Il Ti.Bre va anche oltre. Per uscire dalla crisi, del resto, ci vogliono nuovi investimenti in opere pubbliche che siano utili. La forza di Lunezia, o come si chiamerà alla fine questa realtà, starà nella capacità di essere pronta quando nuove infrastrutture si faranno davvero.

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